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Il Pensiero e il Corpo

Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale dei Disturbi d'Ansia:
Le Tecniche di Rilassamento

La Disabilità e le Scienze Cognitive

La Decisione Terapeutica, la Relazione Terapeutica

La Paternità

1. Perchè la paternità.
2. La funzione paterna e la società contemporanea.
3. La funzione paterna nello sviluppo sociale e cognitivo.
4. Deprivazione paterna.
5. La funzione paterna nella definizione dell’identità di genere.
6. Stereotipi sessuali e ruoli genitoriali innovativi.
7. Noità familiare.

Tecniche di Rilassamento

L'Amicizia: fattore protettivo sin dall'infanzia

Processi e metodi della risposta di aiuto psicologico
Manifesto professionale di Ennio Preziosi, Ph.D.

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La Disabilità e le Scienze cognitive.
Quadri teorici e metodologici della Riabilitazione Cognitiva.
Dipartimento di Psicologia - Università degli Studi di Parma (2003)

Le origini dell'impegno teorico e applicativo della psicologia cognitiva applicata all'educazione e alla riabilitazione, possono essere rintracciate nella filosofia classica (il concetto di Paideia) e nella pedagogia speciale di Esquirol e della nostra Montessori. L'ortopedagogia (educazione verso ciò che è retto, letteralmente) anticipa alcuni assunti fondamentali della psicologia dell'educazione, sottolineando la potenza dell'insegnamento anche in caso di ritardo evolutivo. Definendo l'importanza dell'autonomia e dell'autoeducazione del fanciullo. Oggi ancora, l'obiettivo supremo della riabilitazione nel ritardo è quello di rendere autonomo il piccolo paziente, prima di tutto e per più cose è possibile (lavarsi, lavorare, stare nella società e nelle relazioni, amare).
La psicologia del comportamento definisce lo sviluppo in base a un continuum che va dal comportamento adattivo a quello disadattivo, con la conseguenza teorica e l'evidenza sperimentale di pari opportunità di cambiamento e di recupero in tutti gli esseri umani. A prescindere dal livello di sviluppo raggiunto nella conoscenza del mondo, di sé e delle relazioni e della comunicazione della persona. Pur con i limiti che ognuno ha, anche se le scoperte sulla plasticità del cervello ci permettono di aumentare questa fiducia e di estendere la possibilità di cambiamento cognitivo ed emotivo anche lungo l'arco finale di vita, con le demenze e le loro terapie cognitive per pazienti con demenza e famigliari, ad esempio (Preziosi, 2005b), o in riferimento alla grande domanda di psicoterapia anche da parte di ultracinquantenni, che si sentono in grado di cambiare nonostante "le abitudini fissate nell'età", Non solo, ma si mettono in gioco in percorsi terapeutici con un senso nuovo: il benessere mentale, che ai loro tempi era quasi esclusivamente senso di salute e malattia mentale.

Il cognitivismo ha visto all'inizio la mente come un elaboratore dotato di strutture. Oggi le scoperte sul funzionamento dei circuiti riverberanti e sulla multilocalizzazione delle funzioni psichiche, hanno smantellato alla radice i ragionamenti sul pensiero ti tipo a - quindi - b; stimolo - quindi - risposta.
La psicodiagnosi, per questi motivi, è su base più normativa che criteriale. Il cognitivismo risolve il problema di aver dato corpo a strutture che svolgono processi interni, in favore di una visione di unità mente-corpo e di pensiero-emozione.
Il Comportamentismo radicale di Skinner ha individuato i tre termini fondamentali di quest'attività, e l'intercomportamentismo di Kantor ha permesso un notevole ampliamento teorico con l'introduzione del concetto di campo. Gli studi sulla discriminazione e sulla generalizzazione (processi cognitivi legati all'intera conoscenza, da quella linguistica a quella procedurale) hanno mostrato
1) l'importanza degli stimoli co-occorrenti (sfondo cognitivo);
2) le conseguenti potenzialità dell'attività didattica e riabilitativa nel poter gestire le relazioni tra stimoli di sfondo e decisione;
3) la possibilità, dunque, di rendere il soggetto autonomo e responsabile gestore di conseguenze.


Appare evidente che l'interscambio funzionale tra dati e teoria è una delle caratteristiche che rende la "teoria analitico-comportamentale" della disabilità (Bijou, 1985 e 2003) flessibile e feconda di applicazioni. L'assessment del comportamento finalizzato all'accertamento dell'esistenza o meno di una contingenza di apprendimento, è una procedura del tutto simile a quella dei training con una drastica riduzione di errori all'interno delle prove riabilitative. Invece, la procedura prove-errori di Thorndike non consente questa precisione. Le procedure di rinforzo di una risposta attraverso un'efficace presentazione degli stimoli antecedenti e gestione delle conseguenze, modifica la probabilità di ricomparsa di quella risposta. E' possibile quindi rinforzare un comportamento poco probabile (smettere di fumare, ad esempio, o smettere di fare stereotipie come battersi le mani in testa) dando l'opportunità al soggetto di impegnarsi in un'alternativa più probabile e più adattivo (principio di Premack).

Per quanto riguarda il dibattito sulla punizione, associare una punizione ad una risposta (avversione) può invece diminuire la probabilità della futura ricomparsa di quel comportamento (fumare, stereotipare). Il rischio è nella presenza di ulteriori stimoli contingenti (la depressione o l'ansia o la malattia cerebrale) che potrebbero essere messi in relazione (erroneamente) alla punizione. La salvaguardia del clima emotivo in riabilitazione così come nella didattica normale o nella gestione di un'azienda, è perciò importante.
Discriminare quale stimolo, in un set di stimoli, definisce una funzione è l'obiettivo del learning set e del matching to sample, procedure che permettono la discriminazione e la generalizzazione di condotte, basilari per la flessibilità e la coerenza del comportamento. Sono utilizzate per "insegnare ad imparare" classi di stimoli, concetti basati su proprietà relazionali astratte degli stimoli.

© ENNIO PREZIOSI. Ph.D. 

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La Decisione Terapeutica, la Relazione Terapeutica
Ennio Preziosi - psicologiasalerno.it

Può passare molto tempo tra il momento in cui si avverte il bisogno di un aiuto psicologico e la richiesta vera e propria di questo aiuto. La relazione terapeutica rappresenta qualche volta l'ultima spiaggia, la soluzione residuale di un percorso di ricerca e sofferenza, di silenzio o di illusione. L'irrazionalità di "potercela fare da soli" è spesso alla base stessa di un modo di pensare insidioso. Se l'imperativo di essere autoterapeuti è la punta di un iceberg che rivela l'impossibilità a fidarsi, l'illusione della totale autosufficienza, il dovere forte di essere forti, allora è proprio l'avvicinarsi iniziale alla relazione terapeutica che può illuminare il cammino psicologico. Determinati atteggiamenti in seduta sono una lampante riedizione delle proprie relazioni. La consapevolezza della loro presenza e l'ampliamento dei modi di relazionarsi sono lo scopo di un percorso che mira a modificare la cognizione, la comunicazione, le emozioni e gli stati neurofisiologici disturbati. Scegliere uno psicologo può essere semplice, proseguire e arrivare al profondo con impegno e costanza, con coraggio e distensione rappresenta il lavoro più duro che deve fare il paziente. Egli, come dice Confucio, "Se al mattino ha sentore della strada giusta, la sera può morire senza rimpianto". E' dal mattino, dall'inizio delle sedute, che è possibile far morire quegli stili di pensiero e di atteggiamento che rappresentano l'ultimo ostacolo alla richiesta di aiuto. Conoscersi tra psicologo e paziente significa cercare la strada giusta insieme, in un perfetto equilibrio tra esplorazione e ricarica, tra attraversamento del dolore e gestione delle emozioni e degli stati d'ansia. Solo su due binari: quello dello psicologo da un lato, con la propria preparazione accademica, personale e spirituale, e quello del paziente dall'altro, con la propria meravigliosa e leggittima unicità, la relazione di aiuto parte per un viaggio nel più meraviglioso dispositivo esistente: il cervello. La coerenza della definizione dell'incontro tra psicologo e paziente non immunizza il rapporto terapeutico da colpi essenzialmente legati a una dimensione fondamentale: la costanza. Costanza del paziente e del terapeuta, che sfidano con creatività i problemi esistenziali. La comunicazione aperta e libera con lo psicologo può temprare innanzitutto quella costanza necessaria a un periodo di riabilitazione esistenziale e di soluzione. Lo psicologo diventa quindi sì tecnico, scienziato della mente, ma al centro del suo lavoro c'è la relazione e la comunicazione. Lo psicologo insieme al paziente quindi attraversa le proprie emozioni, sensazioni, conoscenze, e penetra anche attraverso la propria esperienza personale di dolore. La relazione terapeutica è quindi un abbraccio umano prima che tecnico, e la scienza cognitiva contemporanea l'ha arricchita di conoscenze, soluzioni, strade per l'integrazione tra il corpo e la mente.

© ENNIO PREZIOSI. Ph.D. 

 

La Paternità.
Sviluppo e conoscenza di una relazione..
Dipartimento di Psicologia - Seconda Università degli Studi di Napoli (2004)

 

 

“Il padre, insieme con la madre, trasmette alla psiche del figlio

le oscure e potenti leggi che tengono insieme e plasmano

non solo le famiglie, ma i popoli e anzi

l’umanità intera”

 

CARL GUSTAV JUNG


1. Perchè la paternità.

La psicologia pone tra i suoi obiettivi la delineazione e la divulgazione di impalcature interpretative e di dati riguardanti le relazioni umane. All’interno di una stanza di consultazione, in una caserma, in un’azienda, in una scuola, in un libro o in una rivista, gli intendimenti di questa scienza umana sono lo sviluppo e la conoscenza dell’essere, sia dal punto di vista dell’evoluzione personale sia dal punto di vista dell’evoluzione culturale della specie. L’attenzione verso un argomento è fortemente catalizzata dall’emersione di fenomeni di mutamento sociale, ma i cambiamenti nei costumi sono molto più accelerati dei cambiamenti interiori, psicologici. Le esperienze concrete non si coniugano mai automaticamente con le rappresentazioni dei vissuti fenomenologici e con i comportamenti. E’ così che si è diffusa una moltitudine di rappresentazioni testuali dei padri e della paternità a cui inevitabilmente uomini e donne si rifanno, rivolgendosi all’autorevole parere degli “esperti”. Il più delle volte, però, si riesce solo a cogliere come non bisogna comportarsi, mentre è ancora da costruire e identificare fino in fondo quali possono essere gli elementi di specificità e di identità della paternità. La propagazione dei discorsi sulla paternità da parte della psicoanalisi contemporanea, della psicologia sociale e della psicologia dello sviluppo è a volte orientata, con toni denunciatori, verso il ritratto di un padre disertore, assente, periferico. La critica più infuocata vede oggi il padre non  più come “colui che dà la legge”, ma come una figura debole, insicura, priva di autorità. Allo stesso tempo, sia i media che gli studiosi delineano una situazione apparentemente incongruente alla precedente, che vede i “nuovi padri” disposti a stemperare la loro funzione “tradizionale” normativa con atteggiamenti improntati all’espressività, all’intimità, all’impegno relazionale e all’accudimento primario. Di questa “paternità androgina” gli psicologi a volte sembrano compiaciuti, talaltra invece ne sembrano preoccupati, considerando le profonde ridefinizioni psicodinamiche delle reti relazionali familiari modulate dalla nuova dimensione culturale. Queste due prospettive antitetiche, caratterizzate da notevole visibilità mediatica, hanno generato una crisi della rappresentabilità dell’immagine paterna conseguente alla disseminazione di stereotipi confliggenti tra di loro, sia negli ambienti scientifici che negli atteggiamenti del senso comune. L’impressione generale è che il ruolo paterno sia così variabile e per certi versi ineffabile, proprio perchè insito nella paternità stessa abita il rifiuto di una definizione assoluta. La forte connotazione culturale (e non tanto biologica come per la madre) della paternità rappresenta da un lato un riprovevole alibi per i padri assenti, dall’altro una caratteristica fisiologica e coerente che ha potere evolutivo per il figlio. Il tema e la dinamica della separazione scaturiscono proprio dal paterno, basti ricordare l’importanza data da Jung (1909/1949) al processo di differenziazione dal padre nello sviluppo del proprio Sé. Il padre è il terreno di prova essenziale per l’individuazione. Diventa quindi difficile attenersi ad un concetto di normalità-bontà della relazione padre-figlio per le ragioni appena descritte e per la consapevolezza che la natura umana sia in divenire, mutevole, in relazione con il periodo storico ed il contesto socioambientale e con lo sviluppo della dialettica economica e sessuale. Se la normalità è anche una norma statistica, la crescita di realtà familiari inconsuete in Europa ci impone di considerare sempre di più “normali” le famiglie monoparentali o le coppie di fatto, ad esempio. Come conciliare questa prospettiva avanguardista con l’evidenza clinica che la relazione padre-figlio ha funzioni specifiche e irrinunciabili sul piano dello sviluppo della personalità?

© ENNIO PREZIOSI. Ph.D. 

 

2. La funzione paterna e la società contemporanea.

L’interesse del padre verso il figlio sembra crescere man mano che il bambino diventa più grande, acquista una personalità maggiormente percettibile ed emette comportamenti chiaramente interattivi. Il padre smette di considerare il bambino come un animale domestico a partire dai tre anni di età (Kyllönen, 2000) e le rappresentazioni paterne del bambino sono maggiormente proiettate verso il suo futuro (Lis e Zennaro, 1998). La psicoanalisi contemporanea invece rivaluta anche il ruolo paterno nel primo anno d’età: è il padre che contribuisce a far espandere l’esperienza relazionale precoce del bambino verso il mondo esterno alla diade che forma con la madre, catalizzando fortemente l’attenzione e la costruzione dell’area transizionale (Winnicott, 1944 e 1953), alcova evolutiva di fenomeni ludici, relazionali e culturali che includono anche lo spazio della religione.

Il coinvolgimento quotidiano nel lavoro di cura dei figli aumenta con il livello di istruzione del padre e se la madre lavora e non genera conflitti di competenza, cioè non fa sentire il padre  un genitore incapace e il figlio un oggetto di proprietà privata. E’ la dimensione del gioco quotidiano, per i padri, che prevale su tutte le attività, soprattutto tra i tre e i cinque anni, e il Sud Italia si colloca all’ultimo posto per il numero di ore che i padri trascorrono con i propri bambini (ISTAT, 1998). Le differenze geografiche potrebbero in parte essere spiegate in ragione della maggiore o minore propensione dei padri, nelle diverse parti d’Italia, ad ammettere ed a riferire di relazionarsi con i bambini, secondo le proprie convinzioni stereotipiche sulla mascolinità e sulle attività connesse ad essa. Questi convincimenti sono di ostacolo all’espressività emotiva tipica di una genitorialità completa. La scarsa natalità, che colpisce soprattutto il Sud Europa e la dissoluzione familiare maggiormente rappresentata nell’Europa settentrionale (Jensen, 2000) sono i fattori sociali che, a fianco a quelli psicologici, complicano ulteriormente i dati. Il confronto storico col passato è pertanto improponibile, poiché non ci sono tracce molto visibili, nella propria memoria generazionale e di genere, di un esercizio della paternità da poter oggi assumere a modello di riferimento. Un tempo, inoltre, le lunghe guerre, l’emigrazione, l’alta mortalità, tenevano i padri molto più di oggi lontani dalla vita familiare. Quella che appariva un’avvilente discordanza dicotomica ravvisata nella letteratura psicologica e sociologica esaminata appare, quindi, espressione di un problema più complesso, calato in una società complessa, oscillante tra ciò che potremmo definire la nostalgia della tradizione patriarcale e l’illusione dell’innovazione, amplificata e commercializzata dal potere dei mezzi di comunicazione di massa. Illusione in quanto tale innovazione è rappresentata, a quanto pare, da un travestitismo dilagante del padre che, pur di guadagnarsi l’”autorizzazione” della madre (detentrice del primato affettivo e giuridico ad essa assegnato dalla società e dalle istituzioni) ad ottenere un contatto con i propri figli, diviene “mammo”. Talora la mercificazione del figlio, declassato a oggetto di concorrenza e la ricerca della propria identità, del proprio ruolo genitoriale, ridotto a ricerca del potere, creano una condizione di scissione (concreta e mentale) che può presentarsi in casi di unione immatura dei partner o ancora più drasticamente in caso di separazione o divorzio dei genitori. E la pratica giuridica italiana e mondiale, in sede di decisione per l’affidamento, sembra alimentare la portata sociale e clinica del danno simbiotico derivante dell’elisione della figura paterna (Campi, 2001). E’ stato anche isolato e descritto un disturbo denominato Parental Alienation Syndrome (PAS: Gardner, 1998) consistente in una forma di abuso emotivo perpetrato da un genitore (l’alienatore, spesso quello con superiori chances di ottenere l’affidamento) nei confronti del figlio che è vittima di un lavaggio del cervello finalizzato allo sviluppo di una forte acrimònia nei confronti del genitore alienato, biasimato ed infamato in maniera ingiustificata ed infondata. Il bambino, vittima principale di questa sindrome, può giungere ad essere coinvolto anche in una vera e propria folie a deux col genitore che lo indottrina conducendo un “programma di denigrazione” verso l’altro genitore. La diagnosi di tale sindrome non va applicata in situazioni di effettivo abuso-abbandono: in tali casi è necessario verificare se il bambino possa presentare segni di un quadro di Disturbo Post-Traumatico. Nella PAS l’atteggiamento denigratorio del genitore carnefice e del bambino così plagiato e manipolato è, dunque, completamente immotivato. La condotta PAS può manifestarsi, con perizia di argomento e dovizia di particolari escogitati e falsi, in sede di udienza giudiziaria per l’affidamento e può, come s’immagina, destrutturare e compromettere seriamente il legame affettivo (e concreto) del bambino con l’altro genitore e a volte con il resto della famiglia. Esistono otto sintomi basilari che si manifestano nei comportamenti e nelle dichiarazioni del genitore alienante e del bambino alienato ed intimidito. Sottolineamo solo che alcune di queste manifestazioni possono rasentare se non francamente inscriversi nel registro delirante (mancanza di ambivalenza; razionalizzazioni deboli, frivole, assurde addotte per le deprecazioni; presenza di scenari “presi in prestito” dal genitore che ha intrapreso la “campagna” di denigrazione; folie a deux). Un fattore di tutt’altro genere, ma probabilmente concomitante ad un quadro di PAS, è ascrivibile all’insieme di difese psicologiche (dell’Io) che il padre mette in atto nella situazione luttuosa che lo vede separato, alienato, “divorziato” anche dal figlio. Tale fattore è responsabile di un fenomeno a prima vista paradossale. Kruk (1992), attraverso una survey di 80 padri non-affidatari in Scozia e Canada, osserva una discontinuità tra la relazione padre-bambino prima e dopo il divorzio. I padri che erano più coinvolti con i propri figli e maggiormente attaccati ad essi durante il matrimonio perdevano, con maggiori probabilità di quelli meno attaccati, il contatto con i bambini dopo il divorzio. La combinazione di profondo lutto associato al senso di costrizione (per gli assegni e le altre frustranti prescrizioni giudiziali) può farci comprendere il duro assetto psicologico della maggior parte dei padri non affidatari. La perdita della continuità di cura verso i propri figli sarebbe la risultante difensiva di tale assetto depressivo e rabbioso. Laddove la relazione padre-bambino era intensa prima del divorzio, le conseguenze di tale evenienza di separazione dal figlio (e l’adattamento del padre alla situazione) risultano più problematiche, fino a produrre, nel padre separato, difese depressive improntate all’indegnità. Inoltre, entrambe le separazioni, vissute come eventi schiaccianti e difficili da elaborare, vengono ad essere padroneggiate attraverso un’ulteriore separazione attivamente (ed inconsciamente) determinata. Queste osservazioni ci ricordano di accennare ad un celebre caso clinico di Beitchman (1981), psichiatra presso la Menninger Clinic, in cui si discute la delicata vicenda di un difficile percorso di separazione tra un ragazzo di 9 anni affetto da fobia scolare e il suo padre psicotico. Separare i due, attaccati da un’intensa relazione di mutua crescita umana e terapeutica, appare azzardoso e ulteriormente patogeno. Dal punto di vista del bambino, in casi sia attualmente che potenzialmente problematici, vanno sottolineate da molteplici angolature le dimensioni vitalmente connesse con l’esperienza del paterno, la cui carenza o inadeguatezza può compromettere tali dimensioni evolutive del bambino, soprattutto in età prescolare quando la relazione col padre assume significati nuovi e decisivi. Queste valutazioni possono darci la misura di come la dimensione sociale e culturale incida intensamente sulle dinamiche psichiche che descrivono la paternità e la co-genitorialità. L’ultimo soggetto, in ordine generazionale, investito da queste dinamiche è, naturalmente, il figlio.

 

© ENNIO PREZIOSI. Ph.D. 

 

3. La funzione paterna nello sviluppo sociale e cognitivo.

Diverse ricerche degli ultimi vent’anni mostrano come lo sviluppo intellettivo del bambino sia collegato in maniera elettiva alla relazione con il padre e come tale figura genitoriale sia più determinante di quanto si credeva in passato, all’interno delle dinamiche familiari e nella socializzazione dei bambini (Russell e Radojevic, 1992; Tiedje e Darling, 1996). Le tematiche cognitive, dinamiche e psico-sociali relative alla relazione padre-bambino e allo sviluppo del bambino verranno ricalcate, ove possibile, congiuntamente, nello sforzo di rispecchiare ed evidenziare i nessi imprescindibili tra cognizione, affettività, socializzazione e vita familiare. Dal punto di vista dei risultati cognitivi, determinate caratteristiche paterne improntate al calore e alla disponibilità, presenti sin dai primi anni di vita del bambino, promuovono l’autostima e la competenza sociale e accrescono la motivazione alla realizzazione delle potenzialità intellettuali, nonchè la creatività. Una figura paterna apportatrice di benessere psicologico deve avere la caratteristica di conservarsi, costantemente nel tempo, a disposizione del figlio nel ruolo di modello, di punto di riferimento, di sostegno e guida che affianchi il bambino fino al raggiungimento di una maturità genitale in senso ampio. La continuità della funzione del padre appare cruciale, così come la sua presenza integra, fisica e mentale, sia sul piano della realtà oggettiva sia su quello del vissuto interno relativo all’area del profondo (Guerriera, 1989; Forgione, 1997).

La stimolazione ludica offerta dai padri pare essere caratterizzata da un affetto intenso e da un’armonia di rottura, in contrapposizione ad un’armonia omeostatica introdotta dalla madre. I padri forniscono l’esperienza di un cambiamento di velocità e di ritmo, tengono in braccio i bambini più in alto sul collo, girati verso gli altri e sottoponendoli a vigorose sollecitazioni ambientali (Lamb, 1987; Caneva e Venuti, 1998; Lebovici, in Rosenfeld et al., 1995; Magill-Evans e Harrison, 2001). Quest’intensa fisicità dell’interazione sociale dei padri con i propri figli è volta a stimolare le competenze motorie e sociali del bambino il quale, a partire dal compimento del primo anno, acquista un ruolo attivo e retroattivo di “regolatore” della relazione. Apportando elementi di sorpresa, di novità, di esplorazione verso l’ambiente esterno nelle interazioni ludiche e affettuose con il piccolo, il padre si differenzia dalla madre, la quale utilizza maggiormente scambi verbali e modalità d’interazione vis-a-vis e più tranquille. Verso i quattro anni emerge il legame profondo tra sviluppo delle competenze interazionali del bambino coi pari e determinati dominî della relazione di gioco con il padre, specialmente per i bambini maschi. La direttività paterna è negativamente correlata con la popolarità dei bambini e delle bambine nell’ambiente d’asilo, ad esempio. Le opportunità per apprendere la regolazione degli affetti attraverso il gioco paterno rappresentano, per i bambini, il ponte tra il sistema sociale familiare e quello dei pari. Le categorie della progettualità, della motivazione verso traguardi futuri e della decisionalità (sottese da un’adeguata autostima), una positiva immagine corporea, forza morale e competenza sociale sono altre dimensioni della personalità specificamente collegabili alla funzione paterna. Comportamenti paterni quali raccontare storie ai figli, partecipare alle udienze scolastiche, aver visitato un museo o un luogo storico con i propri bambini, essere coinvolti con loro in attività extrascolastiche ecc., sono fattori relazionali significativamente correlati con indici di successo scolastico e con la probabilità che il figlio consegua una laurea nel futuro. Ciò sarebbe valido a prescindere dalla razza e dalla scolarizzazione dei genitori e dallo status socio-economico della famiglia di provenienza o da fattori relativi alla scuola, come il clima positivo o negativo di questa. Il coinvolgimento del padre nella vita scolastica dei figli decresce con l’aumentare dell’età dei ragazzi, ma gli effetti di tale partecipazione e interessamento attivo dei padri sembrano influenzare positivamente il successo dei ragazzi sul lungo termine (Forgione, 1997). Pare anche che adulti professionisti che percepiscono salari alti abbiano avuto padri molto coinvolti nel monitoraggio educativo e scolastico durante l’infanzia (Duncan G. J., Hall M., Yeung J., 1996). A tale proposito rileviamo che in una ricerca svolta da Ornella Boggi (in Maggioni, 2000, pag. 155) solo il 14,5% dei padri intervistati partecipa agli incontri tra genitori e insegnanti e il 41,4% dei padri parla con gli insegnanti sporadicamente o mai.

 

© ENNIO PREZIOSI. Ph.D. 

 

4. Deprivazione paterna.

Numerosi autori hanno rilevato che la deprivazione paterna è collegata a disfunzioni educative, povertà, condotta antisociale e psicopatia, abuso di sostanze e basso rendimento scolastico. La letteratura riferisce, nello specifico, una maggior incidenza di problemi comportamentali ed un’inferiore abilità matematica e lessicale in bambini che vivono in nuclei monogenitoriali a conduzione materna a partire dall’età prescolare. Il periodo a cavallo tra asilo e ingresso nella scuola (momento del debutto sociale ed intellettivo del fanciullo) può essere considerato un periodo critico che vede la psiche del bambino particolarmente sensibile e ricettiva nei confronti della qualità e dell’aumentata intensità della relazione con il padre, nonchè un’occasione di evoluzione ed approfondimento del coinvolgimento paterno nella relazione col bambino, con effetti a lungo termine. Nei post-adolescenti, i problemi relazionali con il padre, nelle varie forme che possono assumere, sono particolarmente ricorrenti nei resoconti di colloqui clinici richiesti da giovani disturbati da sentimenti di fallimento nell’integrazione tra femminilità e mascolinità e da inibizione della vitalità creativa ed intellettiva (Guerriera, 1989). I problemi possono sorgere anche di fronte a processi di idealizzazione difensiva della figura paterna dovuta all’esperienza di una figura eccelsa, irraggiungibile e difficile da eguagliare e gestire in termini di identificazione. La frustrazione proveniente dall’arduo tentativo di emulazione del padre sarebbe alla base dello sviluppo di un’identità vicaria o imitativa. Il padre perde quindi la sua funzione basilare di guida nel passaggio verso il più evoluto principio di realtà. L’identità è appiattita, svuotata, ed il Sé è vittima di ideali irrealistici, tiranni e fomentatori di illusioni. La funzione paterna invece introduce l’imperfezione e il realismo nell’approccio all’esistenza, intesi come capacità di tollerare con flessibilità le ubiquitarie contraddizioni del mondo esterno. L’espressione libera delle proprie potenzialità all’interno della società è soffocata da un’idilliaca figura paterna, una numinosa incarnazione della perfezione, un Dio Padre pericolosamente schiacciante, persecutorio, parassitario, che depaupera le energie psichiche, che immiserisce l’autostima e che può disorientare la ruolizzazione sessuale. Le qualità esemplari, modellanti, trasformative del padre verso il figlio sono legate innanzitutto al fisiologico sbilanciamento (di età, di potere, di grandezza) esistente nella relazione padre-figlio. L’androginia smodata della paternità rappresenta, per alcuni autori, l’espressione di difficoltà di ordine personale del padre nell’instaurare dentro di sé una funzione paterna, continuando a giocare un ruolo filiale (oppure materno) di tipo regressivo o narcisistico, trascurando il principio della differenza generazionale che ha una funzione evolutiva e strutturante. D’altro canto il potere propulsivo e motivante del padre può venire meno se l’immagine interna del figlio non è ottimizzata in direzione di una grandiosità adeguata, adattiva. Pensiamo, ad esempio, ai casi in cui l’eccessiva parità “offerta” dal genitore faccia sì che un figlio possa “guadagnare un amico per perdere un padre”.

   Determinata letteratura sulle psicosi schizofreniche, infine, assegna alla deprivazione paterna un rilevante potenziale patogeno collegabile alla fusionalità patologica e all’unione indifferenziata con una madre “adesiva”. Come già accennato, anche disturbi comportamentali, come i problemi di iperattività, sono stati messi in relazione ad una bassa soddisfazione lavorativa del padre, che si riverserebbe negativamente nella qualità della relazione col figlio (ad es.: Lang, 1993; Pazzagli e Benvenuti, 1996). Le ricerche che correlano carenza paterna e problemi psicologici frappongono tra queste due variabili, implicitamente o esplicitamente, la dimensione intima del vissuto simbolico della paternità, nel padre e nel bambino. Un figlio, pertanto, può crescere bene anche senza il padre, ma non senza un’immagine positiva di lui. Un celebre esempio di padre assente è Ulisse. Diserta dalla sua famiglia: la giovane Penelope e il figlio neonato e parte per Troia. Telemaco, lungi dal risentire della deprivazione paterna, diviene adolescente seguendo, come descrive la Telemachia, un mirabile processo di crescita ed identificazione di genere. L’ammirazione ed il rispetto verso il padre coltivato grazie all’educazione della madre, della nutrice Euriclea e della dea Pallade Atena lo hanno fatto diventare uomo. Figure materne femminili hanno trasmesso l’ordine simbolico del padre, mutuandone l’autorevolezza e alimentandone la stima nel figlio lontano.

 

© ENNIO PREZIOSI. Ph.D. 

 

5. La funzione paterna nella definizione dell’identità di genere.

Freud, com’è noto, colloca attorno ai quattro anni lo stadio fallico dello sviluppo psicosessuale, in cui emerge quell’insieme organizzato e ambivalente di desideri e movimenti identificatori verso i genitori, conosciuto come complesso di Edipo. Il divieto dell’incesto e la formazione di un senso interno della norma e delle aspirazioni elevate (“Super-Io” e “Ideale dell’Io”) sono i precipitati delle relazioni familiari che strutturano l’evoluzione erotica e civile della società (Freud, 1924). La relazione padre-figlio va dunque intesa nella dimensione fenomenologica del vissuto interno. Se nell’infanzia la figura del padre, con le dinamiche che vengono ad innescarsi attorno ad essa, ha una funzione strutturante (costruzione della socievolezza, della morale e dell’identità di genere), dall’adolescenza in poi la sua funzione potremmo definirla conservante, atta cioè a tutelare la continuità operativa delle strutture mentali interne. E la sensazione di continuità dell’essere, possibile tramite una conservazione sul piano oggettivo e fantasmatico del padre, è alla base di un’adeguata autostima e motivazione al successo. Per quanto riguarda la promozione della differenziazione sessuale, la letteratura conferma che una buona relazione tra figli maschi e i loro padri regoli l’acquisizione del ruolo sessuale. Va innanzitutto considerato che diverse ricerche mostrano l’esistenza di una netta preferenza dei padri nei confronti dei figli maschi, fino all’adolescenza. Pare che non sia la mascolinità dei padri a promuovere la mascolinità nei figli maschi, ma, al contrario, sarebbero le caratteristiche “femminili” quali il calore, la vicinanza e l’impegno nell’allevare i figli ad essere associate con una regolazione sessuale nei ragazzi (Lamb, 1987). Il processo di ruolizzazione della bambina dipende anch’esso in misura considerevole dall’influenza specifica della figura paterna. In particolare, un rapporto costruttivo della bambina con il padre, caratterizzato dalla capacità di quest’ultimo di incoraggiare la figlia verso attività appropriate al sesso femminile, promuove l’apprendimento di comportamenti caratteristici del proprio ruolo (Zaouche-Gaudron, 2001). Nel rapporto con la bambina è utile per il padre operare su di sé una sorta di regressione funzionale ad un livello infantile che permetta una “desessualizzazione psicologica” o mutamento d’interesse e di identità di genere. Ciò permette al genitore maschio di immedesimarsi in qualche misura in quelli che possono essere interessi ludici e relazionali che non appartengono al suo sesso. E’ stato trovato, inoltre, che la qualità e l’intensità della relazione padre-figlia in età prescolare è cruciale nel determinare la comparsa del menarca, momento d’ingresso della ragazza nella pubertà (Ellis et al., 2002). La qualità del coinvolgimento paterno durante i primi cinque anni di vita delle bambine sarebbe la caratteristica più importante dell’ambiente familiare primario nel determinare la sincronizzazione della pubertà della figlia. Precisamente, le ragazze che entrano nella pubertà più tardi hanno avuto padri che sono stati partecipanti attivi nel caregiving. Un secondo fattore è la loro positiva relazione con la partner. Dall’altra parte, ragazze cresciute in famiglie dove il padre è assente o la relazione con il padre appare disfunzionale, entrano in pubertà più precocemente. Le ragazze che hanno avuto una relazione fredda o distante con i propri padri, non sarebbero state esposte ai feromoni paterni rispetto a quelle che invece hanno sperimentato maggiori interazioni con il padre. Le prime, ipoteticamente, potrebbero essere state esposte ai feromoni di altri uomini adulti – nuovi compagni o nuovi mariti delle madri - e tale esposizione a feromoni extra-familiari accelerano lo sviluppo puberale delle bambine. Come pendant di questa accattivante teoria, si ritiene che le bambine che vivono una relazione positiva con i propri padri biologici (ed esposte ai loro feromoni) hanno una fisiologica inibizione all’avanzamento verso la pubertà, forse per un meccanismo naturale di evitamento dell’incesto. In linea con questi risultati, è stato scoperto che le adolescenti i cui padri hanno una relazione calorosa e stretta con esse in attività condivise, sono meno inclini ad avere un’attività sessuale precoce (Mullan Harris K. e coll., 1998).

 

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6. Stereotipi sessuali e ruoli genitoriali innovativi.

Un alto coinvolgimento del padre nella cura dei bambini sembra che promuova anche una maggiore flessibilità nella percezione sociale dei ruoli sessuali. I bambini con padri molto coinvolti avrebbero, dunque, convinzioni meno sessualmente stereotipate. L’infusione, nei bambini, di tale aspetto delle competenze sociali (superamento di stereotipi sessuali rigidi) ci appare importante nella formazione delle future generazioni: il superamento di convinzioni pregiudiziali relative ai sessi può rivelarsi particolarmente adattivo per la crescita degli individui nella società contemporanea. Una maggiore flessibilità in tal senso, all’interno delle competenze socio-emotive dei bambini, andrà a far parte di quel corredo di modelli operativi interni (Bowlby, 1972; Main, Kaplan e Cassidy, 1985)che si attiverà quando, a loro volta, i piccoli di oggi saranno i genitori di domani, favorendo verosimilmente una più elastica negoziazione dei ruoli all’interno delle relazioni coniugali e familiari nella specie. Pare, ad esempio, che negli Stati Uniti, quando i padri non sono presenti nella vita dei loro bambini, i loro figli abbiano maggiori probabilità di diventare padri precocemente (in adolescenza) e di vivere a loro volta separati dai propri bambini (Furstenberg F. F. Jr., 1996). Gli “Internal Working Models” sono rappresentazioni di relazioni interne del bambino con un oggetto, sedimenti delle relazioni esperite con le figure significative della propria vita. Tali esperienze interne si ripropongono attivamente nel ciclo vitale. Conservano le proprie qualità emotive e fantasmatiche e si configurano come “copioni” che si ripropongono da una generazione all’altra.

   Gli stereotipi tradizionali che vedono la funzione del padre esaurirsi nell’attività di provider (chi fornisce sicurezza economica e sociale), delegando alla madre il ruolo di caregiver (chi si occupa delle cure dei figli e della casa), sembrano ancora attivi nelle rappresentazioni mentali e nelle pratiche delle famiglie appartenenti soprattutto al Sud Italia. Ciò in contrasto con il mutamento di ruoli parentali già in atto negli altri paesi europei, negli Stati Uniti ed in una certa misura nel Nord Italia (Venuti e Giusti, 1996). La funzione paterna, lo ripetiamo, è particolarmente influenzata dalle variabili socioculturali, laddove il ruolo materno appare più stabile e biologicamente determinato (...pater semper incertus). Le posizioni relative agli stereotipi sessuali, pertanto, rappresentano un fattore culturale ed intrapsichico potenzialmente importante nel determinare il coinvolgimento emotivo paterno nelle cure della prole. Per l’uomo, il senso ed il comportamento paterno sono più volontaristici, più autocoscienti che nella donna o negli animali, perché determinati appunto da consuetudini sociali. Un livello elevato di coinvolgimento paterno (soprattutto in età prescolare) produce effetti positivi transgenerazionali proprio su questi fattori culturali e raddoppia le occasioni di contatto, conforto e stimolazione del bambino, modellando in senso adattivo le generazioni, la società, l’umanità di domani. Esiste anche l’evidenza che la soddisfazione di coppia e l’esercizio armonico congiunto della genitorialità si riversino nella qualità della disponibilità genitoriale, aprendo un circolo virtuoso lungo le generazioni. Una maggior enfasi sulla sensibilità interpersonale, una maggior indipendenza nel pensiero e nell’azione ed una minor tendenza al conformismo verso le norme sociali sono i requisiti, nei padri, per la partecipazione e sono i risultati evolutivi, nei figli, di un’esperienza determinante. Il senso dell’unità e dell’integrazione necessarie tra gli aspetti femminili e maschili del parenting, tra tenero e duro o, per dirla con Jung, tra Eros e Logos rappresenta la risposta all’esigenza di diventare una persona capace di sviluppare un’intelligenza emotiva e tutte le valenze della propria personalità. Come accade però per molte delle dimensioni differenziali (se non conflittuali) esistenti tra le generazioni, i nuovi padri cercano anche di formulare stili di paternità diversi da quelli dei propri padri. L’esistenza di forze evolutive contrapposte all’interno della psicodinamica familiare, che potremmo definire differenziazione innovativa da un lato e dedifferenziazione tradizionale dall’altro, ci fa rinunciare ad accettare formule troppo semplicistiche sui processi di riversamento psicologico da padre a figlio. Tornando all’importanza che avevamo intravisto nell’educazione alla flessibilità dei ruoli sessuali in un’ottica intergenerazionale, il superamento degli stereotipi sessuali è effetto e causa, al contempo, di una proficua negoziazione delle responsabilità (“coparenting”) delle cure del bambino all’interno della coppia (McHale J., 1990; Atkinson, 1991). I discorsi contemporanei sulla paternità sono penetrati da quest’incisiva enfasi sulla negoziazione, l’egualitarismo e la comunicazione nella relazione intima. L’investimento paterno attiva un tale assetto familiare di cogenitorialità. Nel suo studio decennale (dal 1980 al 1990) Jamie McHale sottolinea come il sincronismo e il mutuo supporto dei genitori nel relazionarsi ai bambini in età prescolare e prima, permetta a questi ultimi di osservare (ed apprendere) modelli di presa di turno, cooperazione e scambio. L’autrice, in tre fasi della sua ricerca, ha osservato 37 coppie di coniugi interagenti con i propri figli primogeniti ad 8, 11 e 48 mesi di età. Sono stati valutati il benessere percepito di ciascun genitore, la qualità del matrimonio e le eventuali critiche di un genitore verso l’altro relative alla qualità del coinvolgimento parentale, tramite questionari; l’eventuale ostilità-competitività tra i genitori, l’armonia familiare e la discrepanza di coinvolgimento tra padre e madre tramite l’osservazione del coparenting in assetto sperimentale. A 48 mesi le maestre d’asilo hanno completato un questionario per valutare il comportamento del bambino lungo tre scale: 1) ansioso-pauroso; 2) ostile-aggressivo; 3) iperattivo-distraibile. Le conclusioni dello studio della McHale suggeriscono che:

  1. la comprensione della relazione triadica tra madre, padre e bambino durante l’infanzia aiuta a predire gli stili di coping del piccolo durante l’età prescolare;
  2. i bambini in età prescolare considerati dalle loro puericultrici nella scala di comportamento “aggressivo-ostile” erano stati, con maggior probabilità, testimoni di bassi livelli di armonia familiare e di una forma “ostile-competitiva” di coparenting;
  3. quelli inclusi nella scala di comportamento “ansioso-pauroso” avevano sperimentato uno scarso coinvolgimento da parte di uno dei genitori;
  4. in assetti familiari giudicati “armonici”, le madri elogiavano e incoraggiavano le interazioni padre-bambino in età prescolare e in prima infanzia che avvenissero in loro assenza;
  5. la situazione al punto 4) appare rovesciata quando la dinamica familiare e genitoriale si inscrive nel registro “ostile-competitivo”;
  6. generalmente i bambini in età prescolare, liberi da problemi comportamentali, hanno padri impegnati a promuovere un forte senso di unità e collaborazione familiare ed hanno madri che parlano positivamente del padre col bambino.

Diverse altre ricerche convergono sull’assunto che la costruzione di un senso unitario della famiglia (esplicita stima reciproca tra i membri) è a monte catalizzata da un approfondimento del coinvolgimento paterno e, a valle, determina una moltitudine di condizioni ottimali per la soddisfazione coniugale e lo sviluppo del bambino. Queste condizioni possono neutralizzare eventuali fattori potenzialmente dannosi per lo sviluppo del bambino e la comunicazione intrafamiliare come, ad esempio, lo stress lavorativo del genitore (Crouter A. C. e McHale S. M., 1999). La stessa transizione alla genitorialità (Scabini, 1998) assume, in senso lato, i connotati di un evento stressante, innescando una serie di ristrutturazioni affettive, di ruolo e logistiche di portata intergenerazionale.

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7. Noità familiare.

Dalle considerazioni sviluppate finora sulla relazione padre-bambino, in particolare in età prescolare (età in cui si incrementano le occasioni e l’intensità del reciproco investimento affettivo tra padre e figlio), vorremmo definire un aspetto della disposizione mentale necessaria alla genitorialità dei nostri tempi: la “noità familiare”. Tale espressione può forse farci cogliere la sinergia tra:

  1. ruoli e funzioni familiari del padre e della madre integrati in una forma unitaria di genitorialità universale;
  2. interiorizzazioni integrate delle loro immagini nel bambino;
  3. senso ottimale della famiglia interna unitaria in ciascun componente della triade padre-madre-bambino;
  4. difficile equilibrio tra differenziazione “tradizionale” e dedifferenziazione “innovativa” dei ruoli genitoriali.

   L’evidenza clinica e sperimentale mostra che se può esserci “noità familiare”, intesa come disposizione o assetto affettivo interiore di ciascuno dei genitori sin dal concepimento, può esserci completezza relazionale con i figli. Il senso del noi (we-feeling) che rende il genitore depositario del proprio gruppo familiare interno e che gli conferisce una disposizione alla completezza relazionale col figlio, è una condizione mentale che può sostanziarsi nella coppia parentale, ma che deve attivarsi principalmente nel singolo genitore. Costituisce, quindi, una risorsa presumibilmente operante anche nel genitore singolo. E’ la dimensione famiglia mentale ad avere valenza psicodinamica e potenza evolutiva. Selvini Palazzoli et al. (1988) osserva, da un punto di vista clinico-psicoterapeutico, che persino dopo la morte di uno dei genitori, la combinazione di paternità e maternità continua ad essere operativa come traccia benefica e risorsa interna oppure, a seconda dei casi, come componente disturbante.

   La nostra riflessione si allarga dunque anche ai problemi (e alle risorse) delle sempre più numerose famiglie che, per numerosi motivi, sono monogenitoriali, adottive, ricomposte, in una parola “non convenzionali”. Assistiamo ad una riformulazione e ad una ridefinizione della relazione padre-bambino sul piano psichico e sociale nel terzo millennio. Vorremmo assistere all’attuazione di una sostenibilità psicologica e giurisdizionale di queste nuove e meno nuove forme di parenting che le società ospitano.

   Se questo della noità familiare possa apparire una formulazione valida sulla co-genitorialità “buona”, per non rimanere un’idea utopica (e creare un ulteriore territorio situato nel vuoto del “giusto mezzo”) deve assumere l’avvertenza di considerare la “normalità-bontà” come espressione flessibile e mutevole di un continuum. Di una dimensionalità a tre assi che guidi metodologicamente tra i criteri che definiscono, in un determinato momento evolutivo del bambino, le categorie di:

  1. benessere e disagio di ciascun caregiver e del bambino;
  2. desiderabile e non desiderabile per il caregiver e per il bambino;

all’interno della terza dimensione in cui si collochino storicamente e culturalmente

3. le problematiche contemporanee sociali e  psicologiche che investono l’intimo della relazione padre-bambino.

Il nostro oggetto di analisi dovrebbe essere, quindi, la famiglia mentale unitaria nel padre e nel bambino, considerata all’interno delle tre dimensioni epistemologiche delineate sopra. La differenziazione dei ruoli parentali assume in tal senso un significato diverso, meno rigido, se utilizziamo la definizione di differenza proposta da Candace West e Sarah Fenstermaker (1992) come “conseguimento interattivo continuo” (ongoing interactional accomplishment).

Queste considerazioni andrebbero corroborate e precisate attraverso la ricerca sulla famiglia e sulla rete sociale che la include, sui vissuti interni dei genitori e soprattutto dall’osservazione di ciò che può rendere una famiglia fragile, problematica, patogena per il bambino. Primo passo per ogni ricerca sperimentale è operazionalizzare le definizioni che si propongono. La posizione metodologica proposta per comprendere la paternità e la genitorialità è essenzialmente olistica, basata sulla ricerca meta-analitica qualitativa effettuata e suffragata da un’euristica sperimentale utilizzata da numerosi studiosi delle relazioni familiari. Aggiungiamo, infine, che da molte popolazioni del mondo abbiamo significativi esempi di come sia la disposizione mentale interna del caretaker maschio (e i conseguenti comportamenti di cura verso i bambini), a legittimare la paternità sociale, che prescinde cioè dal legame di sangue con il figlio. In questi popoli (Trobriandesi, Pigmei Aka, Mardu dell’Australia centrale, Nuer del Sudan meridionale) vige la filosofia secondo cui l’aspetto concreto e culturale della paternità è preponderante rispetto al legame genetico.

Il padre-con-la-madre non è colui che rinuncia alla memoria, ma colui che raccoglie il meglio dello spirito del passato e lo spinge più avanti. Ma anche il padre o la madre da soli. Può giovare riflettere che nel pensiero Taoista, l’universo è determinato, nel suo divenire, dal risultato della presenza contrapposta di due grandi forze: yin e yang. In un antico trattato, il Nheij Jing, si legge che alla nostra nascita noi riceviamo queste due forze contrapposte, queste due energie, una negativa e l’altra positiva, rispettivamente dal padre e dalla madre. Entrambe differenti, necessarie, contrapposte ma in continua tensione integrativa, mai sovrapposte. Questa penso possa essere una bella immagine (e anche una buona premessa epistemologica) per considerare i confini, le competenze e le peculiarità delle due figure che “infondono energia”, generazione dopo generazione, all’umanità. Non vogliamo rinunciare dunque a considerare l’uomo così come lui si è da sempre auto-considerato, ossia come espressione dell’umanità universale, della Menschlichkeit (Jaspers, 1956). Il mito indoeuropeo della creazione, rappresentazione primordiale della generatività, affida al maschio il primato dell’attività creatrice: Adam significa l’Umanità, e non il genere maschile. Dalla sua costola nasce la donna. Egli ha in sé la potenza dei due sessi, come l’androgino di Platone che “era un’unità e partecipava, per aspetto e per nome, di entrambi [i generi]” (Platone, Simposio, 189E). Eros è nostalgia dell’Uno. Tornando alla psicologia, una persona “matura” viene descritta come un soggetto che combina intimità femminile ed espressione emotiva con l’indipendenza e la competenza maschile. L’ipotesi che desideriamo adottare inoltre considera che la mente umana contenga in nuce, in ciascuno dei due sessi, le potenzialità di far fronte alla cura, all’allevamento e all’educazione dei figli. Tale ipotesi assume i contorni di una sfida dal momento che scaturisce dall’osservazione di fenomeni sociali che testimoniano un passaggio importante verso un’estensione della funzione paterna ad aree fino ad ora riservate, nella nostra cultura e nel nostro ipotetico scenario ancestrale, prevalentemente alla madre.

 

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