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Nuova pagina sul libro della mindfulness

https://mindfulnesslibri.wordpress.com/2016/04/24/libro-mindfulness/

L’eccesso di pensiero è uno dei mali più insidiosi dell’umanità contemporanea ed il nemico principale del benessere psicofisico e delle relazioni. Le paure e i rimuginii di una mente agitata sottraggono preziose energie a tutto l’organismo.
Questo corso con audioguida, in otto settimane vi permetterà di fare ordine tra i vostri pensieri, di renderli limpidi, di risvegliare i sensi e di allenare l’attenzione per cominciare ad esprimere al meglio il vostro potenziale cerebrale ed esistenziale.
Il termine mindfulness definisce la capacità di orientare consapevolmente l’attenzione al proprio mondo interiore e di scoprire la ricchezza delle proprie risorse latenti. Esplorare quotidianamente ogni angolo o funzione del corpo è un’esperienza che innesca un dialogo con se stessi di utilità impareggiabile per chi vuole imparare a direzionare l’attività anarchica della mente e riprenderne il timone.
Le meditazioni proposte aiutano ad accogliere la realtà e a lasciar andare la lotta contro le emozioni negative. La mente diventa efficiente, il pensare diventa saggio, il presente acquista maggiore importanza rispetto ai pensieri depressivi sul passato o ai pensieri ansiogeni sul futuro.
Sul sito della FrancoAngeli (www.francoangeli.it ), nella Biblioteca multimediale, gli acquirenti del volume potranno scaricare gli 8 brani audio che li accompagneranno nelle meditazioni.

Ennio Preziosi, psicologo, psicoterapeuta e ipnositerapeuta, si occupa di depressione, ansia, sessualità, dipendenze e sviluppo. Ha cominciato la sua attività di ricerca presso i National Institutes of Health dove ha collaborato alle versioni italiane di metodi psicodiagnostici sviluppati presso ilChild and Family Research Laboratory. Dottore di Ricerca presso il Policlinico Gemelli. Cura il sito web www.psicologiasalerno.it

 

https://mindfulnesslibri.wordpress.com/2016/04/24/libro-mindfulness

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Idee irrazionali e ristrutturazione

Idee irrazionali.
La ricerca psicologica ha notato che tutti noi tendiamo biologicamente ed evolutivamente a creare e sottoscrivere credenze profondamente radicate e irrazionali che riguardano noi stessi e il mondo che ci circonda soprattutto nei momenti di profonda difficoltà. Questi pensieri automatici sono in grado di definire degli schemi mentali e di influenzare significativamente le emozioni e i comportamenti che portano allo scacco.
Esse ci rendono vulnerabili ai disturbi emozionali e ai comportamenti disadattivi e il loro cambiamento richiede uno sforzo intenso e prolungato. Quando un pensiero o un’idea è definita irrazionale non vuol dire che sia in contrasto con le leggi della logica formale o informale. Al contrario, quando viene definito disfunzionale si pone attenzione solo alle conseguenze disadattive che da esso promanano, vale a dire all’effetto prodotto, e non alla forma assunta. Quali di queste idee funzionano in noi? Ecco le dieci istruzioni per renderci infelici:

1) E’ necessario ricevere affetto ed approvazione da parte di tutte le persone che sono per noi significative. (Esercizio di autoanalisi: quando mi è capitato di abbracciare questa idea e le sue conseguenze negative?)

2) E’ necessario mostrarsi sempre e dappertutto competenti ed efficaci o per lo meno esserlo nei settori più importanti.

3) Quando gli altri ci danneggiano o si comportano in modo sleale, è giusto criticarli e condannarli in toto, in quanto sono persone del tutto negative e malvagie.

4) Quando si è gravemente frustrati, trattati in modo scorretto o rifiutati dagli altri, è giusto vedere il mondo come qualcosa di orribile e di inaccettabile.

5) Le emozioni negative provengono da fonti a noi esterne e ben poco possiamo fare per controllare i nostri sentimenti.

6) Se qualcosa sembra pericolosa o comunque in grado di produrre paura, è necessario preoccuparsene e rispondere con ansia.

7) E’ più facile evitare di affrontare le difficoltà e le responsabilità che la vita ci propone, piuttosto che adottare forme gratificanti di autodisciplina.

8) Il passato ha un’importanza decisiva sulla nostra vita. Il fatto che qualche evento ci abbia fortemente influenzato nel passato significa che esso continuerà a determinare i nostri sentimenti e comportamenti anche nel tempo presente.

9) Le persone, e il mondo in genere, dovrebbero essere migliori di quanto non siano. Se non si trova una soluzione soddisfacente ai problemi posti dalla vita, è giusto vedere il mondo come qualcosa di orribile.

10) E’ possibile raggiungere il massimo di felicità attraverso la passività e l’inazione

Idee irrazionali e sofferenza esistenziale.

Gli schemi di conoscenza del mondo, le regole tacite e i processi mentali che definiscono queste pericolose idee patologiche sono:

- trarre conclusioni affrettate in assenza di prove e addirittura in presenza di prove contrastanti (inferenza arbitraria)
– fornire attenzione solo o prevalentemente agli aspetti negativi delle situazioni e delle emozioni vissute (astrazione selettiva delle informazione)
– connotare un intero settore della realtà in base alle caratteristiche di una singola situazione (ipergeneralizzazione)
– ingigantire o minimizzare
– attribuire a se stessi la responsabilità di eventi fuori dal proprio controllo (personalizzazione)
– categorizzare ai due opposti le esperienze di vita senza vedere le tonalità di grigio (pensiero dicotomico)
– qualunque azione si compia, non si riuscirà a migliorare una determinata situazione (impotenza appresa e disperazione).

Per identificare i pensieri automatici ci si può chiedere, anche insieme allo psicologo che guida alle domande giuste, i seguenti quesiti: “Cosa mi è passato per la mente in quel momento di ansia/depressione/chiusura/sfogo sul cibo/rabbia?”; ricostruendo una situazione problematica possiamo chiederci: “Quando ci riflettiamo sopra, che pensieri facciamo?” – “Quali pensieri ricorrenti abbiamo in quella situazione?” – “In genere, cosa pensiamo o immaginiamo possa accadere?” – “Cosa significa per noi quella situazione?” – “Cosa pensiamo quando succede che…?”. Analizzando con lo psicologo le risposte, saremo sulla buona strada per un sano e salvifico “metterci-in-discussione”.

© 2015 – www.psicologiasalerno.it (di Ennio Preziosi)

Le prime sedute

Cosa accade tra cliente e psicologo.

Iniziativa personale o invio da terzi?

Frequentemente è un medico che consiglia di sottoporsi a una valutazione psicologica, altre volte la persona si rivolge a noi sotto pressione dei parenti oppure dietro consiglio di un conoscente oppure più direttamente tramite le informazioni dell’Albo, gli elenchi telefonici, Internet o altre forme di pubblicità. In alcuni casi il paziente chiede aiuto da solo e in solitudine.
Questi canali di invio sono legati alle aspettative della persona, alla motivazione a essere aiutato e a una prima idea della rete sociale e comunicativa naturale che sostiene la persona in questo percorso di vita.
Se a contattarci non è il diretto interessato, ma un terzo che vuole controllare la versione dei fatti, oppure che si fa carico di una “delega” di colui che ha bisogno di aiuto, preferiamo sempre essere contattati dal diretto interessato. Ciò per una valutazione di una motivazione valida, per evitare che nascano impressioni infondate nel diretto interessato riguardo alle informazioni date o ricevute dal “delegato”, e per non inquinare la nostra attenzione con preconcetti e pregiudizi, dai quali dovremo essere liberi. Tutto ciò ad eccezione dei casi in cui la gravità del caso o una serie di ragioni valide impediscano un contatto diretto. In ogni caso, dev’essere chiara la nostra indisponibilià a colludere con tentativi di violazione della riservatezza di un genitore, un partner o qualsiasi “terzo” che abbia concorso alla richiesta d’aiuto, salvo consenso del cliente diretto.

Accoglienza.
Il colloquio non è un interrogatorio e il punto fondamentale dell’accoglienza è permettere alla persona di organizzare liberamente e spontaneamente il modo di esprimersi e di relazionarsi che gli è caratteristico (es. chiederemo: “Qual è il motivo che l’ha indotta a venire qui da me?”, “cosa desidera portarmi?”). Le primissime parole pronunciate riguardo ai propri disagi sono quanto di più prezioso e importante possiamo conoscere di chi ci sta di fronte. Può essere anche utile accettare che la persona parta da un argomento apparentemente di nessuna importanza. Questo è il modo migliore di creare le precondizioni di un’anamnesi spontanea.
Può accadere anche che vengano richiesti “consigli e pareri immediati” su come comportarsi, cosa fare, come pensare…”. In questo caso rifletteremo concretamente, dovremo rispettare l’individualità della persona e anche sopportare l’impotenza sotto la pressione delle richieste immediate della vita: staremo a fianco a lei per aiutarla a decidere autonomamente e al meglio, facendo ordine nella storia personale, guardando uno dei suoi obiettivi da più punti di vista.

Voglia di piangere.
Spontanee e liberatorie reazioni emotive intense come il pianto, possono denotare il nostro successo nel far sentire “accolto” con intensa partecipazione il contenuto mentale della persona. Il giudizio è quanto di più lontano esiste nel colloquio psicologico. Il pianto a volte è un punto di arrivo terapeutico molto delicato e utile. E’ un bene prezioso che ci riporta all’autenticità della sofferenza umana e al dono di condividerla con noi psicologi.
Il cliente, se e quando lo vuole, può permettersi ” il lusso” di comunicarci liberamente ciò che desidera. E’ sempre utile ricordare esplicitamente e con precisione che “Ciò che ci confida è protetto dal segreto”. A tale proposito è indispensabile notare che colludere con la segretezza estrema di chi si rivolge a noi può rappresentare il risultato di un nostro pregiudizio disfunzionale relativo alla diversità e al malessere mentale che può alimentare il senso di vergogna e di inadeguatezza di chi abbiamo di fronte. Affrontare con naturalità e senza tabù gli argomenti dell’altro è già uno strumento iniziale che rassicura il cliente sul fatto di non essere la pecora nera della situazione, il colpevole, il diverso, una persona che esprime scandalo, fallimento, malattia. I tempi della mente ci costringono a gestire il nostro e l’altrui…

…silenzio.
E’ opportuno accogliere l’ansia che deriva dai silenzi e rimandare a un momento successivo le richieste di precisazioni e chiarimenti, annotando mentalmente le cose sulle quali desideriamo ritornare. E’ possibile dare continuità e fiducia al dialogo con il nostro interesse e la nostra disponibilità e competenza attenta. Noi psicologi siamo persone che non si meravigliano della sofferenza e non la giudicano, ma la curano.
Dare libertà al cliente che si racconta può significare innanzitutto liberare la nostra mente: far silenzio mentale in noi significa non interpretare, non classificare, non giudicare. Neutralità non significa oblio di se stessi ma implica una precisa presa di coscienza delle proprie presupposizioni e dei propri pregiudizi. Dobbiamo incontrare la persona nella sua realtà nuda, umana, sofferente, incontrandola non con le nostre parole sulle sue parole, evitando di incontrare noi stessi o un pallido riflesso di noi stessi. Allo scopo di lasciare libero il campo a chi arde dalla voglia di essere ascoltato riguardo a faccende che, molto probabilmente, non ha avuto l’opportunità di raccontare o comprendere altrove e con altri.

…empatia.
Come capire se siamo in relazione empatica con l’altro? Vi risparmierò definizioni tecniche per darvi delle coordinate che possano essere operativamente utili.
L’esperienza empatica è un’esperienza che produce benessere. Ascoltare eventuali “onde di risonanza” proprio lì nello stomaco o a fior di pelle, che nel silenzio dei nostri pensieri ci comunicano: “ciao compagno di avventura su questa Terra, credo di aver proprio capito cosa vuoi dire…”. La si inizia a verificare quando ci si accorge che si riesce mentalmente ad anticipare il corso dell’elaborazione spontanea dell’altro.
La comprensione empatica richiede il possesso della prospettiva dell’altro. Deve solo sfiorarci ‘idea che non condividiamo un comportamento o un pensiero: se una persona pensa o ha fatto così è perché è meravigliosamente diversa dagli altri 5.999.999.999 esseri umani sul pianeta.
L’empatia implica anche la capacità di utilizzare informazioni che riguardano noi stessi per cercare di conoscere un’altra persona e sintonizzarci con i suoi peculiari schemi mentali. Noi psicologi non abbiamo bisogno di metterci nei panni dell’altro per capire cosa avremmo pensato o fatto noi, ma per intuire come ci sentiremmo se avessimo deciso di adottare proprio quella sua soluzione così unica e particolare al problema: osservare con l’altro.
Dobbiamo saper entrare e poi uscire dall’empatia, mantenendo la condizione del “come se” e separarci – non con-fonderci – all’altro. Noi psicologi, al contrario di tanti conoscenti che il cliente avrà coinvolto nel suo racconto, diffidiamo sempre delle nostre opinioni basate su nostri personali sentimenti intensi (positivi o negativi); ci sono buone probabilità che tali opinioni siano dettate dai nostri bisogni piuttosto che da quelli dell’interlocutore. Che ha diritto al campo, alla libertà.
Esiste un’empatia che non aiuta ed è quella non dosata, che può diventare intrusiva e rispondere a desideri più o meno consapevoli di sedurre l’altro, di manipolarlo o gestirne i bisogni. Le proprie capacità empatiche sono influenzate dalle esperienze empatiche ricevute in passato, dalla motivazione ad empatizzare e dallo stato emotivo e cognitivo al momento del colloquio. Non solo dalla formazione scientifica ricevuta. Lo psicologo è quindi, innanzitutto, una persona con un’altra persona dinanzi.